Lo straniero

Di Hans-Jörg Knabel e Andre Bixenmann (Hârkon)

Stendardo intessuto di Rhobar III
Stendardo intessuto di Rhobar III.

(Fonte originale)

Era tardi. L'orologio aveva appena battuto le dodici e la maggior parte degli ospiti s'era già ritirata nelle proprie stanze. Rimanevano solo alcuni resistenti bevitori, intenti a sorseggiare i loro ultimi boccali di idromele. Murdra sbuffò, seccata, quando la porta della taverna si aprì con un rumoroso cigolio. Ci mancava solo questo, pensò. Le faceva male la schiena e gli occhi stanchi non aspettavano altro che una bella dormita. Niente poteva essere più inopportuno di un cliente a quell'ora.

L'uomo che era entrato nella taverna indossava un lungo mantello cencioso fatto di lino grezzo marrone. Il bastone nella sua mano era tarlato, la sacca in pelle sulle sue spalle consumata ed opaca, il cappuccio che gli copriva il volto pieno di buchi. «Bah!», sibilò Murdra. Qua non si fa l'elemosina a nessuno! Lanciò lo straccio che stava usando sulla credenza ed uscì faticosamente dalla cucina.

«Vattene!», urlò mentre andava incontro al nuovo arrivato, agitando la testa con enfasi. «Siamo chiusi!»

Lo straniero si fermò, rimanendo fermo in piedi davanti alla porta aperta. Dell'acqua colava giù dalle sue vesti, formando una pozzanghera attorno ai suoi rozzi stivali. Dietro di lui, la pioggia batteva sul tetto del porticato. L'uomo alzò una mano avvolta da delle bende sporche, togliendosi il cappuccio. I suoi capelli erano corti e castani, venati di grigio, ed avevano un aspetto unto alla luce della torcia. Le guance ed il mento erano coperti da una barba corta ed ispida. Lanciò un'occhiata triste a Murdra.

«Non voglio causare nessun disturbo», disse gentilmente lo straniero. «Ho solo bisogno di un letto per la notte. o di un angolo asciutto nella stalla.»

Spada a due mani dei Paladini
Spada a due mani dei Paladini.

Murdra socchiuse gli occhi e lo squadrò. Riflettendo, si passò la saliva da un lato della bocca all'altro. «Hai del denaro?», chiese con apprensione. Un debole sorriso attraversò il volto dell'uomo, che annuì. «Vediamo quanto hai», grugnì Murdra. Lo straniero estrasse un borsello da sotto i vestiti e lo fece ciondolare tenendolo per i lacci. Non molto, stimò Murdra, valutando il borsello con uno sguardo accigliato. Non era sicuramente pieno di monete, ma poteva sentire il seducente tintinnare del metallo all'interno.

«Puoi dormire nella stalla», decise. «Non abbiamo più cibo. solo acqua.»

«L'acqua andrà bene», disse l'uomo annuendo.

Murdra poteva sentire la gamba di legno del marito battere sul pavimento di pietra dietro di lei. «Non essere così dura», disse Belgor. «Non abbiamo ancora mangiato, e poi è bagnato fradicio. Lascialo sedersi un pochino vicino al fuoco, non ci darà nessun fastidio.» Murdra emise un grugnito.

Lo straniero la guardò con i suoi occhi tristi, aspettando la sua decisione. Dopo un momento di silenzio, Murdra sospirò e scrollò le spalle. Belgor sorrise. «Io sono Belgor», disse. «Lei è mia moglie Murdra.»

«Leboras», rispose l'uomo, seguendo Belgor alla tavola vicino al fuoco.

Murdra tornò zoppicando in cucina. «C'è ancora idromele?», chiese Elgan mentre gli passava accanto, sorridendole in mezzo ad una densa nuvola di fumo. Murdra s'arrestò. «Un boccale. non di più!». Si rese conto troppo tardi del proprio errore. Gli uomini sparsi per la taverna sogghignarono alzandosi all'unisono e raccogliendosi intorno a Belgor ed allo straniero.

«Ne serviranno sette», ridacchiò Elgan unendosi al gruppo intorno al fuoco.

«Nessun problema.», ringhiò Murdra, mettendosi le mani ai fianchi, «Al diavolo!». Sette coppe di idromele. e vorranno pure mangiare. Entrò in cucina ed armeggiò nella credenza, tirando fuori del prosciutto, formaggio duro ed una pagnotta.

«Non sei di queste parti», disse Belgor mentre Murdra era indaffarata. Leboras scosse la testa. «Di dove sei?»

«Myrtana», rispose l'uomo. «Vicino a Faring.»

«Per gli dei!», esclamò Elgan tossendo fuori del fumo, «Vieni dal continente?». Leboras annuì. «Che cosa ti porta sulla nostra isola?». Gli uomini intorno al tavolo fissarono lo straniero in attesa di una risposta, ma Leboras rimase in silenzio.

«Hai ragione», disse dopo un po' Elgan. «Non ha senso parlare se si ha la gola secca.» Sogghignando, lanciò uno sguardo a Mudra, la quale stava portando un pesante piatto pieno di pane, prosciutto e formaggio al tavolo. «Dov'è l'idromele?»

«Continua così e te lo farò bere dai tuoi stivali!», sibilò Murdra tornando alla credenza. Elgan rise. «Adesso dicci», continuò, «cosa ti porta qui?»

Leboras esitò. «Il destino», disse infine in un sospiro. Elgan inspirò profondamente del fumo per poi appoggiarsi allo schienale della sedia. «È sempre a causa del destino», disse, facendo uscire il fumo dalle narici. «La domanda è: che destino?». La sua curiosità traspariva chiaramente dal suo sguardo.

«Devi scusare Elgan», s'intromise Belgor. «Ogni notizia su Myrtana è preziosa come l'oro per lui. È un mercante e ha alcuni affari là nel continente.»

«Non dimenticare che ha bisogno di pettegolezzi per inventarsi le sue solite panzane», aggiunse Grengar il boscaiolo. Gli uomini al tavolo presero a ridere raucamente, ma Elgan non si unì a loro. «Ridete pure», brontolò. «Senza di me non sapreste nemmeno di Rhobar III e della sua incoronazione!»

Il trono di Rhobar III
Il trono di Rhobar III.

«L'incoronazione. chi ci dice che non sia un'altra delle tue invenzioni?», disse stizzita Murdra, sbattendo il suo boccale sul tavolo e spandendo dell'idromele. «Già», urlò Grengar in mezzo alle risate. «Chi ce lo dice?»

«Io», disse piano Leboras. Le risate si interruppero. Tutti si girarono verso la sedia vicino al fuoco. «Io ero là.»

Elgan mise le braccia dietro alla testa e si gustò il proprio trionfo. «Era un giorno di sole», disse. «L'esercito di Myrtana era riunito davanti ai cancelli di Vengard. I paladini si ergevano fieri, le loro armature scintillavano. Rhobar III era in piedi su una collinetta davanti alla città. Il mago di fuoco di rango maggiore gli diede la corona. Lui la accettò e se la pose sul capo da solo. Molto più in alto, un'aquila prese a volare in cerchio sopra la collina.»

Leboras annuì. «Era davvero una cosa insolita», disse. «Non appena Rhobar fu incoronato, l'aquila scese di quota e atterrò sulla sua spalla. Era come. un segno. Tutti urlavano il nome di Rhobar: soldati, paladini, maghi. perfino la gente del popolo.»

«Sai qualcosa di più sulla guerra?», chiese Grengar, lasciando trasparire la propria curiosità.

Leboras scosse la testa tristemente. «Ho lasciato Myrtana quel giorno stesso.»

«Rhobar III ha portato la pace nel Nordmar», disse Elgan. «Sta preparando una nuova alleanza fra I clan del nord. un'alleanza che permetterà ad ogni capo di salvare il proprio onore. Il re fa da garante e ha mandato Lee, il proprio miglior generale, nel sud, in vista di una campagna contro gli abitanti del Varant.»

«Si sta avvicinando», osservò preoccupato Belgor. Elgan soffiò pensieroso nella sua pipa. «Chi lo sa», disse, «magari la gente del continente ha ragione. Magari la sua campagna porterà davvero la pace in tutta Midland.»

Leboras scosse di nuovo la testa. «La guerra porta solo sofferenza ed ancora sofferenza. Non la pace», rispose tristemente.

«Lasciate che venga!», urlò Grengar. «Lo accoglieremo con asce e spade e lo ricacceremo in mare!»

«Prendi la guerra con leggerezza», disse Leboras.

«Non dovrei?», disse Grengar. «Non sarebbe la prima volta che allontaniamo a calci quei bastardi di Myrtana dalla nostra isola!»

«Voi?»

«Ethorn ed i suoi guerrieri», disse Grengar. «La grande battaglia nella Valle del Sangue.»

«Eri là?»

Grengar fece segno di no con la testa. «Sono un boscaiolo, non un guerriero. Ma senti cosa ti dico: se Rhobar III metterà piede ad Argaan, prenderò la mia ascia e scenderò in guerra al fianco di Ethorn!»

La faccia di Leboras si fece scura. «Non sai di cosa parli», disse quietamente. Grengar rise. «Daremo una bella lezione a quei bastardi non appena metteranno piede sulla nostra isola. Ne faremo fuori a centinaia!»

La faccia di Leboras si fece ancora più scura. All'improvviso si alzò in piedi, cogliendo di sorpresa Grengar. Afferrando il boscaiolo per il colletto, lo fece alzare dalla sedia e lo spinse contro il muro. Gli occhi di Grengar si spalancarono. Voleva alzare le braccia, ma era troppo debole, troppo lento. La fronte di Leboras si schiantò contro il suo naso con uno schiocco. Grengar si accasciò a terra mentre le forze lo abbandonavano.

Insegna di Rhobar III
Insegna di Rhobar III.

Leboras si avvicinò a Grengar, faccia a faccia. Le vene sulle sue tempie pulsavano. Non stava strangolando Grengar, ma la sua mano premeva con forza contro il petto del boscaiolo, appiattendolo contro il muro. Grengar tossì cercando di respirare. quella era la mano di un guerriero.

«Non sai di cosa parli», ripeté Leboras. Questa volta, la sua voce era dura come l'acciaio.

Elgan si mise dietro a Leboras e cerco di allontanarlo da Grengar, tirandolo per una manica. Diede uno strattone per liberarsi dalla presa di Elgan e la manica di fragile tessuto si stacco dalla tunica, rivelando un braccio muscoloso. Murdra poté notare un tatuaggio sul suo bicipite. Era coperto di cicatrici rosse, come se Leboras avesse tentato di cancellarlo con un coltello, ma i simboli erano ancora vagamente visibili. Alla donna parve di riconoscere delle ali ed un sole. Sotto al sole, contornato dalle ali, c'erano delle stelle.

Elgan fissò il tatuaggio. «Tu. tu sei un paladino!»

Leboras chiuse gli occhi e respirò a fondo. Mollò la presa e lasciò andare Grengar. Il naso del boscaiolo era completamente storto, con la pelle gonfia e rossa. Il sangue scendeva copioso lungo la bocca ed il mento. Grengar scivolò lungo il muro e si appoggiò al pavimento per riprendersi.

Quando Leboras si fu girato verso Elgan, la rabbia nei suoi occhi aveva lasciato il posto alla tristezza. «Ero un paladino», sospirò. «Ora sono solo Leboras. Quel tatuaggio brucia sulla mia pelle come il peso che ho nella coscienza.»

Prese infine la sua sacca ed il bastone ed uscì senza aggiungere altro. Se stesse andando verso la stalla o verso la strada, questo Murdra non sapeva dirlo con certezza.

Traduzione in italiano di -Henry-.


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