Numero tre

Di Daniel Stacey (Mage of Adanos)

(Fonte originale)

Vestiti della gente
Vestiti della gente "comune" di Argaan.

Belgor era morto.

Il suo corpo giaceva sul pavimento della stanza numero tre, con le braccia attorno al petto quasi fossero bende. Me ne stavo in piedi, muto ed immobile, cercando di non fissarlo, ma la sua faccia contorta ed incredula mi attirava con una sensazione di fascino colpevole. Era successo ancora. Un altro s'era avvicinato troppo.

«Perché?»

La voce rauca della locandiera non riusciva a coprire la sua rabbia. Continuai a dare la schiena alla porta da cui si era affacciata la donna.

«Perché?»

Il suo grido, simile ad un ululato, mi catturò, quasi mi avesse afferrato lei stessa. Mi girai. I suoi occhi arrossati dallo sguardo pungente mi penetrarono, mentre delle linee le solcavano la fronte sotto i raccolti capelli ingrigiti.

«Mi dispiace.»

«Non basta!», disse Murdra scattando in avanti. Le sue grosse mani afferrarono il mio bavero e mi spostarono con una forza impressionante. Inciampai e persi l'equilibrio, andando a sbattere la testa contro il muro. Murdra inferocita mi si avvicinò. la mia vista iniziò ad offuscarsi e la tenue luce della candela della mia stanza lasciò spazio all'oscurità.

* * *

DUE SETTIMANE PRIMA...

L'insegna scheggiata sopra la porta fece scricchiolare i suoi cardini arrugginiti, minacciando di cadermi sulla testa se non mi fossi spostato. Ero rimasto fermo nella stessa immobile posizione per Innos sa quanto. Nel frattempo, le ombre degli alberi avevano raggiunto la cima del cancello. Infilai la mano sinistra nella tasca della mia giacca di pelle di cinghiale e toccai la pipa di mio padre.

La "Cleaved Maiden". Non molto invitante, ma in quel momento non poteva importarmene di meno. I piedi mi facevano male, lo stomaco non aveva mai smesso di brontolare dall'alba del giorno prima, e le mie braccia... almeno avevano quasi finito di pulsare.

Remare non faceva per me. Dopo un'ora che sembrava essere durata il triplo, la mia piccola imbarcazione aveva raggiunto la costa di Argaan illuminata dai primi raggi che precedono l'alba, dove era andata in pensione - o piuttosto era rimasta incastrata - in un pezzo di legname sporgente, trasportato in precedenza lì dalla corrente. Mio padre non sarebbe stato contento, se solo lui fosse...

Mi diedi una scrollata e mi schiaffeggiai la guancia. Non di nuovo. Era già stato speso abbastanza tempo in quella miserabile distesa d'acqua che separa il lontano continente dalle isole. Che andasse come doveva andare. Non doveva essere la loro vita o la mia. Potevo rischiare.

La porta si aprì ad una mia spinta, dando su un atrio dal quale passai per giungere ad un'osteria piena di tavoli, ma deserta. Il fetore opprimente di birra fece cedere le mie ginocchia, che già stavano tremando. Ritrovai l'equilibrio e mi voltai in direzione degli occhi che sentivo fissi su di me da dietro al bancone. Sebbene mia madre volesse che suo figlio scappasse dal suo male ereditario attraverso l'alcool, ero certo che non sarebbe potuta essere meno simile alla figura robusta che mi fissava.

Piantando le grosse mani sui fianchi ben nascosti, disse: «Siamo chiusi.»

«Ma la porta...»

«Era chiusa.» Il donnone si mosse con deliberata rigidità, facendo il giro per impedirmi di entrare: una sentinella insuperabile e cocciuta. Due piccoli occhi scintillarono nella sua faccia tonda, ma forte. «Sei sordo o...»

«Chi è là?» Era una voce maschile. Seguì un thunk... thunk... thunk. All'inizio pensai che qualcuno stesse bussando, finché non vidi la gamba di legno. Era attaccata ad una figura robusta emersa dal fondo della sala. Si fermò alcuni passi dietro la donna, una mano sulla gamba malandata, mentre l'altra reggeva un bicchiere svuotato fino all'ultima goccia. «Apriamo prima oggi, Murdra?»

«Importerebbe qualcosa a te?», chiese la donna con falso astio, senza degnarsi di guardarlo. L'uomo si limitò a fare una smorfia, tendendo le guance rosse. «Non fare caso a mio marito Belgor. Che cosa vuoi?»

Feci un bel respiro. «Mi chiamo Ped. Sono arrivato da Myrtana meno di tre giorni fa. Sono senza cibo e senza denaro, ma...»

«Vuoi un lavoro?», disse Murdra squadrandomi. «Suppongo sosterrai che puoi lavorare come qualsiasi altro uomo. Però tu non lo sei, o sbaglio?»

Dovetti fare un grosso sforzo per non urlare. «Chiudi gli occhi e lo sarò.»

Murdra grugnì. Le era piaciuta la risposta. «Come faccio a sapere che non fuggirai con metà delle posate?»

Scrollai le spalle. «Perché, c'è qualcuno in grado di usarle da queste parti?»

Belgor rise, emettendo un verso simile ad uno starnuto bloccato sul nascere. «Il ragazzo mi piace. Inoltre, ci serve qualcuno per rimpiazzare il giovane...»

«Lo so.» Murdra tirò su con il naso, gonfiando ancora di più la faccia ed il petto. Soffiò infine l'aria esasperando il gesto. «Hai detto che ti chiami Ped, vero? Di solito non offro un lavoro agli stranieri, ma non ho mai mandato via un contadino affamato - se ho interpretato correttamente quegli stracci che indossi.»

«Sei una donna generosa», disse il marito sorridendo. «Lo sapevo che ti avevo sposato per un motivo.»

Murdra si girò nella sua direzione, alzando un sopracciglio. «Sarà la mia morte. O la tua, nel caso potessi scegliere.» Si girò di nuovo verso di me. «Per stanotte puoi usare una delle nostre stanze. La cena è fra un'ora. Arriva in ritardo e te ne resterai a pancia vuota. Domani parleremo del tuo lavoro.»

Salii le scale ringraziandoli e seguii il balcone finché non trovai una porta con un 3 intagliato male. Trattenni un brivido ed entrai nella sala comune, trovandovi un letto vuoto foderato di paglia con accanto una cassa adibita a comodino. Sopra c'era una candela e una bacinella d'argilla per lavarsi piena d'acqua sporca. Una grossa crepa correva lungo il muro vicino al letto, stendendosi come i rami spogli di un albero invernale.

Un secondo sguardo al letto, poi ricordo solo di essermi svegliato per rispondere ai richiami di Murdra. Cenai al piano inferiore in silenzio, ignorando i tentativi di conversazione dei clienti che si erano radunati attorno a me, e poi tornai a letto, giacché iniziava la solita rozza confusione notturna.

Dormii tutta la notte.

* * *

Tre.

Mi svegliai presto, scosso, con uno straccio attorno al mio corpo nudo e sudato. Non avevo mai sognato un numero prima. Non ero un mago, come la mia defunta madre, ma il suo significato era abbastanza chiaro. Eras... mio padre... chi sarebbe stato il terzo? Chi si sarebbe avvicinato troppo?

Colpii con un pugno il materasso. Nessuno. Era per quello che me n'ero andato, che ero venuto qua. Per negare agli Dei ciò che gli spettava. Mi alzai, accigliato. Eppure... se avessi voluto davvero proteggere gli altri, perché non stavo galleggiando fra le alghe accanto a mio padre, cibo per i pesci più grossi?

Mi misi gli abiti da contadino, scesi le scale a passi felpati e, trovando un percorso fra la confusione di vetri rotti e mobili scheggiati, uscii in silenzio. Il sole nascente mi scaldò dolcemente mentre attraversavo il cortile. Belgor era in piedi in una stalla dismessa, ora una specie di capanno degli attrezzi, con la gamba di legno appoggiata su un secchio rovesciato, mentre raddrizzava una barra di metallo con un martello.

Mi notò e fece un cenno col capo. «Devi proprio aver dormito bene, con tutta quella confusione. A proposito, che ne pensi della mia signora?»

Aprii la bocca per rispondere, ma il buon senso mi suggerì di richiuderla.

Belgor soffocò una risata. «Non sentirti in colpa. Non è cattiva. Affermare che è buona sarebbe forse esagerato, però...» Lasciò cadere il martello ed alzò la barra, controllandola alla luce mattutina. «Festeggiamo i vent'anni di matrimonio la settimana prossima. Murdra pensa che io me ne sia dimenticato di nuovo. Non voglio di certo deluderla.»

«Cos'è successo alla tua gamba?»

«Hmm? Oh, la mia gamba. Una bestia d'ombra. È successo per salvare il Re, come fai tu. Ah, ho messo una buona parola per te, già che c'ero.»

«Grazie. Ma... perché?»

Belgor tirò già la sua gamba di legno e si girò per guardarmi in faccia. «Quando raggiungi la mia età, cominci a notare alcune cose. Come gli occhi che dicono cose che la lingua non dice.» Inclinò la testa da un lato. «Ne hai passate molte, lo capisco. Hai visto la morte.» Infilai la mano in tasca, la pipa era ancora al suo posto. La strinsi. Era tutto ciò che mio padre aveva con sé quando...

«Forse più che solo vista», aggiunse.

Arretrai, ma Belgor mi fermò alzando una mano. «Non lo dirò a nessuno. O meglio, a nessun altro.»

Un brivido mi scosse mentre mi arrestavo. «Murdra?»

Belgor fece una smorfia. «Come ti ho detto, vent'anni. Il lavoro è tuo.» Con la bocca aperta, allungai una mano nella sua direzione, ma lui la respinse. «Ringraziami più avanti... per esempio, dopo la tua prima paga.»

* * *

DUE SETTIMANE DOPO...

Il boccale sfrecciò accanto al mio orecchio, spruzzando birra mentre si schiantava contro il muro dietro al bancone. Murdra s'era abbassata giusto in tempo, ed ora se ne stava in piedi, con i capelli gocciolanti ed un'espressione minacciosa a denti scoperti che avrebbe atterrito un gruppo di goblin. Gli ospiti regolari della taverna tacquero.

«Tu!», tuonò la locandiera. Anche senza guardare, sapevo che si riferiva a me. «Buttalo fuori!»

Sospirando, guardai l'uomo, che indossava una veste senza maniche, mentre fletteva i muscoli delle braccia grosse come tronchi nell'afferrare il tavolo. Il mio "bersaglio" mi guardò a sua volta con i suoi occhi scuri che ben si adattavano alla testa rasata ed alla cicatrice che andava dall'orecchio al mento. Vidi con la coda dell'occhio che Murdra mi stava fissando. Non sarebbe di certo stata lei ad aiutarmi.

La mia virilità andava riducendosi a mano a mano che mi avvicinavo. «Tu, ehm, dovresti andartene.»

L'enorme lanciatore di birra mi studiò per un secondo. Non che ci fosse molto da studiare. «Oppure... cosa?» Si alzò in piedi. Mi superava di due teste. Tre. Deglutii. Mi guardò attentamente, come se stesse pensando quale fosse il modo migliore per liberarsi di quella nuova seccatura.

«M-Murdra...», tentai di dire, sperando in un aiuto.

L'uomo rise, insieme a qualche altro che aveva perso le proprie facoltà mentali. «Chiedi aiuto ad una donna? Che razza di uomo sei?» La verità mi bloccò la lingua, facendo nascere una smorfia sul volto dell'uomo. «Non sei ancora un uomo, eh? Vediamo cosa si può fare.» In un attimo mi ritrovai sollevato da terra, dondolando sopra la sua testa. «Vediamo se ti faccio superare la soglia!»

Thunk.

«Lascialo stare!»

La voce, sebbene profonda e potente, risuonò cupa. Il soffitto fece un quarto di giro antiorario davanti ai miei occhi.

Thunk... thunk... thunk.

La taverna era silenziosa. Parlò di nuovo: «Non te lo dirò una seconda volta, Garv.»

Il mio stomaco atterrò per ultimo quando i miei piedi toccarono nuovamente il pavimento. Barcollai all'indietro.

«Oh, l'eroe del re, nondimeno!», disse il bruto. «Non ho problemi con te, Belgor. Soltanto con la tua birra, il servizio e con tutto il resto di questo schifo di taverna.»

Il mio soccorritore fece un passo in avanti. Sebbene molto più basso, si mise ben retto, con un ghigno sul volto che s'era ingiallito e scavato negli ultimi tempi.

«In questo caso, sei libero di andartene.»

Attorno a noi, alcuni amici di Garv si alzarono, insieme ad alcuni taglialegna pronti a menar le mani. Inspirai una boccata d'aria putrida. A distanza, l'asciugamano bagnato di Murdra colpì la credenza. I suoi passi pesanti la seguirono all'interno della locanda.

«Perché non lasci che sia Ped ad occuparsi di questo fesso? Era l'accordo. Lui mostra quanto vale, oppure...»

«Oppure se ne va», disse Belgor. «Ma cosa può fare il ragazzo contro Garv?»

«Bah!», disse Murdra piantandosi le mani sui fianchi ed alzando un sopracciglio mentre fissava il colosso. «E allora? Vuoi provare a buttare me oltre la soglia?»

Per un momento parve che Garv ci stesse pensando seriamente. Poi alzò le spalle. «Al diavolo. Qui la birra tanto non riuscirebbe a berla nessuno.» Detto questo, se ne andò abbassandosi per passare dall'entrata, seguito da tre dei suoi amici più fedeli. La taverna ritornò alla normalità. Tranne che per me.

Gli occhi di Murdra mi perforavano come due picconi. Le mie guance bruciavano. Non appena spostò lo sguardo, mi tolsi il grembiule e corsi al piano di sopra. Il tempo passava mentre me ne stavo seduto sul mio letto con la testa piegata in avanti. Sentii dei passi nelle vicinanze. Anzi, dei thunk. Per quanto tempo Belgor era rimasto a fissarmi sulla porta della sala comune?

«Ho visto dei nostri ragazzi trattati peggio.» Fece un passo in avanti, mentre tenevo lo sguardo fisso sulla pipa vicino alla bacinella. «Era di tuo padre, vero? Murdra ed io non abbiamo mai avuto figli, perciò non sono mai stato bravo a...» Tossì. «In ogni caso, poi diventa più facile.»

Alzai lo sguardo, appena in tempo per vederlo sussultare mentre toglieva una mano dal petto. «Non mi state mandando via?»

Belgor sorrise. «No, a meno che non ce lo chieda tu di farlo. Noi... io... vorrei che tu rimanessi.»

Restai come paralizzato. In un attimo corsi via, saltando le scale per fuggire dall'entrata della locanda. Sentivo nelle orecchie la promessa fatta a mio padre. Sarebbe stato l'ultimo. La maledizione di mia madre non avrebbe colpito una terza persona.

A metà strada dal cancello del giardino, esitai. Con mani tremanti controllai le mie tasche. Vuote.

Il mio cuore batté disperatamente diciassette volte mentre ripercorrevo di corsa la stessa strada al contrario. Murdra mi aveva visto? Non me ne importava. Lanciandomi attraverso la porta ancora aperta della numero tre, mi fermai per guardare. La stanza sembrava vorticare attorno ad un punto sul pavimento. La pipa maledetta di mio padre giaceva là, gocciolante, vicino alla bacinella rovesciata. E vicino ad essa...

Non avevo bisogno di controllare il corpo. In qualche modo già sapevo di chi si trattava.

Belgor era morto.

* * *

Il battito nella mia testa era nulla in confronto alla presa di coscienza che non avevo sognato. Il corpo di Belgor era coperto dal lenzuolo del mio letto, mentre Murdra se ne stava seduta, guardando il cadavere come se potesse dirle cosa doveva fare.

«Eravamo sposati da vent'anni», disse, con un filo di voce. «Proprio in questa stanza in cui sei arrivato due settimane fa. Lo stupido non si ricordava mai la data, ma non dimenticherò mai la sua proposta: "Tu andrai bene." L'ho sposato il giorno dopo.» Emise un lungo respiro, mentre io facevo fatica a riempire nuovamente i polmoni. «Si parla sempre molto quando qualcuno ci resta secco.» La locandiera mi guardò appena, poi volse altrove lo sguardo. «La maledizione di tua madre... ha ucciso mio marito?»

Le mie parole erano rauche, strozzate. «Non doveva diventare una maga. Gli Dei erano furibondi.»

«A quanto pare lo sono ancora.» Mi parve fosse passata un'eternità prima che Murdra parlasse nuovamente. «Dovresti andare ora.» Mi alzai, tremando ad ogni gesto. Lei non ci fece caso. «Non dimenticarti la pipa.»

L'aria all'esterno era un po' meno gelida, ma facevo fatica a camminare mentre fissavo il cancello aperto ed il mondo ricco di vegetazione all'esterno. Avrei voluto asciugarmi la faccia, ma non c'era niente per farlo. Belgor aveva ragione. Stavolta era stato più facile. Avrei trovato sicuramente un'altra locanda.

Guardando in alto, indirizzai una preghiera silenziosa alle stelle che stavano sparendo. Mi dispiace, padre. Che tu sia maledetta, madre.

Me ne andai.

Traduzione in italiano di -Henry-.


< Alla Taverna della Cleaved Maiden...