La mano di Grom

Da Hans-Jörg Knabel

(Fonte originale)

Ethorn VI
Prima bozza di Ethorn VI, re di Argaan.

Il silenzio della notte fu interrotto all'improvviso da dei ruggiti fragorosi.
Che Innos ci aiuti, pensò Murdra mentre un brivido le scendeva lungo la spina dorsale. Gli uomini del re non sembravano condividere le sue preoccupazioni. Al contrario, quei ruggiti non sembravano aver avuto altro effetto che aumentare la loro sete. Alzando le loro coppe, proposero un brindisi al coraggio del re ed alla sua abilità venatoria. Murdra afferrò una brocca e versò dell'altro idromele nei boccali che si trovavano sopra al tavolo della cucina.
«Hai paura?», chiese Grom con una voce profonda e rimbombante. Era il maestro di caccia, nominato dal re in persona.
Murdra scosse la testa, ma le sue mani tremavano.
«Non preoccuparti», disse lui sorridendo. «La gabbia è stata forgiata con metallo nordmariano di prima qualità e la bestia è ben legata. I nodi li ho fatti io stesso, sigillandoli poi con del piombo.» Flesse i muscoli del suo braccio scoperto, mostrando i bicipiti perfettamente sviluppati.
È forte, questo è certo, pensò Murdra osservando i muscoli del maestro di caccia guizzare. E nobile. Grom indossava un paio di guanti in pelle di vitello di ottima qualità, riccamente decorati e sui quali erano stati inseriti zaffiri dal blu intenso. Murdra non aveva mai visto prima un cacciatore indossare guanti come quelli.
«Sono io l'incaricato alla sorveglianza del trofeo del re, e nessun altro», continuò Grom, «e nessun animale è mai sfuggito alla mia custodia, non importa quanto grande o forte fosse.» Mise la sua mano sulla testa della serva seduta vicino a Murdra, scompigliandole i capelli castani lunghi fino alle spalle.
«Non è forse così, Karella?» La serva annuì e diede un morso alla mela che aveva appena rubato dal cesto di Murdra. Aveva circa quindici anni, forse sedici, ed era una ragazza indisponente e ribelle. Murdra afferrò la mela e la gettò nel cesto vuoto. La serva le lanciò un'occhiataccia e si soffiò via dalla faccia un ciuffo di capelli in maniera risentita. Grom non disse nulla, ma si fece scuro in viso.

Era strano. Agli occhi di Murdra, la serva non era adatta al seguito del re. Ognuno dei Setarrifani era nobile e maestoso, anche l'ultimo dei garzoni. Solo la serva era sporca. Indossava normali pantaloni di pelle scura ed un semplice gilet. Il pugnale al suo fianco sembrava abbastanza pregiato, ma il fodero era sporco, come le sue mani. I suoi avambracci erano segnati da ferite sanguinolente procuratele dai rovi del giardino di Murdra, dove aveva allegramente decimato le sue fragole. Murdra l'aveva colta in flagrante e tirata per un orecchio fino in cucina, dove l'aveva bloccata su uno sgabello in modo da sorvegliarla. Ma nessuno fra i seguaci del re sembra far caso alle sue mani sporche ed al suo comportamento indisciplinato. Stranamente, la trattavano con cortesia, e perfino con rispetto. Murdra non riusciva a comprenderne il motivo. Osò sfidare per pochi attimi lo sguardo irato del maestro di caccia, prima di volgere altrove gli occhi. Con riluttanza, prese un'altra mela dal cesto e la offrì all'indisponente ragazza.
«Ecco», borbottò. «Questa è molto più succosa.»
La serva sogghignò maliziosamente afferrandola. Grom si rilassò visibilmente.

Un altro ruggito risuonò nella notte.
«È l'ora del pasto», disse Grom svuotando la sua coppa in un solo sorso. «Meglio non farlo attendere. Diventa pericoloso se è troppo affamato.» Appoggiò la coppa sul tavolo e si allontanò da Mudra. Lei lo fissò da dietro, guardandolo attraversare la stanza con passo deciso, superando i guerrieri radunati per mangiare ed uscendo dalla porta, diretto alla gabbia vicino alle stalle.
Grom era appena svanito nell'oscurità quando la figlia del re entrò in cucina. Aveva circa un paio d'anni in più rispetto alla serva ed era molto più bella di qualsiasi altra donna Murdra avesse mai visto. Il suo vestito era ricamato in oro, i suoi lineamenti erano delicati.
«Dov'è andato Grom?», domandò.
«Cortile», rispose la serva senza voltarsi. Diede un altro morso alla mela.
«A fare cosa?»
«Secondo te? Sta dando da mangiare alla bestia», rispose la serva con la bocca piena.
Un giorno o l'altro andrà troppo oltre, quella là, pensò Murdra. Ma non aveva intenzione di aspettare di vederla ricevere la punizione che si meritava. Murdra posò la caraffa, si pulì le mani con il grembiule e chiese: «Posso esservi utile?»
«Vostra altezza», disse la figlia del re, guardando arrogantemente Murdra. «"Posso esservi utile, vostra altezza?" è la maniera giusta per rivolgersi alla futura regina di Argaan. Tienilo a mente, se non vuoi finire nei guai.»
Murdra annuì obbedientemente e s'inchinò goffamente.«Posso esservi utile, vostra altezza?»
«Così va meglio», disse la principessa. Girò lo sguardo intorno per osservare la cucina di Murdra ed arricciò il naso. «Voglio fare un giro dell'abitazione. Tu mi farai da guida.» Tornò indietro e, con un gesto impaziente, fece uscire Murdra dalla cucina.
Questa afferrò al volo una torcia e fece per uscire. La serva si alzò dallo sgabello, ma Murdra ringhiò: «Tu resti qui!» La figlia del re scoppiò a ridere. «Puoi accompagnarci, Karella», disse divertita. «hai il mio permesso.»

Si alzò un altro ruggito furente. A Murdra parve ancora più selvaggio di prima. «Da questa parte», disse con voce tremante, guidando la principessa e la serva attraverso la stanza, oltre i guerrieri che stavano gozzovigliando. Belgor stava in piedi vicino a re Ethorn VI, con un boccale in mano, colmando la coppa del re ogni volta che egli beveva un sorso. Era visibilmente a disagio, Murdra glielo leggeva negli occhi. Non ci posso fare nulla, pensò aprendo la porta della cantina. Nemmeno lei era tranquilla, con tutti quei ruggiti e quel gruppo di nobili nella sua taverna.
Murdra entrò nella cantina, sporgendo la sua torcia nell'oscurità. «È qua che conserviamo vino ed idromele.»
«Lo vedo», rispose la principessa, lanciando uno sguardo annoiato ai barili che riempivano la stanza. La serva si cacciò il torsolo della mela in bocca, con il gambo e tutto il resto.

«Questa casa puzza», disse la principessa. «Andiamo in cortile, se non ti dispiace.»
Murdra andò verso la porta doppia e spinse. Una strana quiete pervadeva l'impenetrabile oscurità della notte. Lo schiamazzo degli ubriachi, attenuato dalle spesse mura, era tutto ciò che si riusciva a sentire. Nemmeno i buoi nella stalla facevano rumore. A Murdra venne la pelle d'oca. Tremava, nonostante l'aria della notte fosse tiepida.

Armatura a piastre
Armatura a piastre degli spadaccini di Setarrif.

«Che stai aspettando?», disse la principessa spronandola. Murdra uscì nel cortile. Non voleva che una persona d'alto rango come la principessa pensasse che lei fosse una codarda. Qualcosa di blu risplendeva alla luce della torcia. «Che cos'è quello?», chiese la serva, fiondandosi fuori dalla cantina. Murdra la seguì.
«Un guanto», disse la serva. Murdra adesso lo poteva vedere chiaramente. Giaceva abbandonato in mezzo al cortile, gli zaffiri ora risplendevano davanti alla fiamma. Vedendo un'ombra scura sul suolo, Murdra rabbrividì. Sangue! Le si attorcigliò lo stomaco, fece un altro passo avanti e poi si fermò. Un osso scheggiato sporgeva dalla manica del guanto. La figlia del re sussulto. «È forse...?»
«È la mano di Grom», sussurrò la serva. Sputò il gambo della mela ed estrasse il pugnale. La principessa iniziò a gridare. Anche alla calda luce della torcia, era pallida come un cencio. Le sue labbra tremavano. Un ruggito profondo risuonò alle spalle di Mudra.
Lei si girò lentamente.

Due occhi luminosi apparvero nel buio vicino alla cantina, quindi un'enorme testa scivolò all'interno della luce della torcia. Dalle fauci della bestia d'ombra colò della bava. Era bava mista a sangue. Il cuore di Murdra ebbe un sussulto. «Indietro!», strillò con voce rotta. Con un urlo la serva si lanciò in avanti.
«Per Setarrif!»
Murdra reagì prontamente, afferrando la ragazza per un braccio e tirandola indietro. Inciampando nella principessa, Karella perse l'equilibrio, e le due ragazze caddero l'una sopra l'altra. Adesso Murdra era da sola fra le ragazze e la bestia. Alzando lo sguardo verso la sua mostruosa testa, si chiese perché mai era intervenuta invece di mettersi in salvo.
La bestia d'ombra guardò verso il basso, studiandola con il suo sogghigno malefico.
«Non muoverti!», urlò Belgor. La testa della bestia d'ombra scattò di lato. Belgor corse verso il letamaio ed afferrò il forcone, agitando convulsamente la torcia con l'altra mano. La bestia d'ombra fece un salto, atterrando fra Murdra e la doppia porta. Il suo sguardo era fisso su Belgor. Murdra poteva vedere i muscoli contratti sotto la sua pelle.
Belgor si lanciò verso la bestia.
Questa abbasso il muso. Belgor urlò. Il forcone rimbalzò sul suo corno, e la bestia d'ombra colpì Belgor, ferendolo e facendolo volare in aria. Cadendo contro il tetto del capanno, la figura incosciente di Belgor cadde a terra. Murdra poteva vederlo giacere inerte, la gamba piegata sotto di lui. Poi il cortile si riempi di torce, uomini e spade. Qualcuno la spinse con vigore, e Murdra cadde.

Uno degli uomini del re caricò la bestia a testa bassa, la spada alzata pronta a colpire. La mostruosa testa si mosse velocemente, affondando i denti nella gamba del guerriero. Lo spadaccino urlò mentre la bestia dilaniava le sue carni, scuotendo la testa di qua e di là. La gamba si staccò, ed il guerriero urlante cadde addosso a due dei suoi compagni che correvano in suo aiuto con le spade sguainate.
Un quarto soldato, cogliendo l'attimo, affondò la sua spada nel fianco della bestia con entrambe le mani, ma il mostro si girò a velocità incredibile e lo colpì in pieno petto con il suo corno. I suoi polmoni si svuotarono e Murdra udì le sue costole incrinarsi. Cadde all'indietro gambe all'aria, atterrando sopra ai suoi commilitoni.
Quindi il re si scagliò fuori dalla porta nella sua armatura dorata, tenendo saldamente una mazza pesante in mano. La bestia d'ombra lo caricò, con uno schianto di corno contro metallo. Le sue fauci si serrarono, ma il re evitò agilmente l'attacco, con la rabbia negli occhi che sfidava la furia dell'animale. Una freccia sibilò al suo fianco, mancando di poco la testa della bestia. L'animale avanzò, costringendo il re ad arretrare. Una seconda freccia attraversò l'oscurità, colpendo l'occhio della bestia d'ombra. Il re non si lasciò sfuggire l'opportunità: mentre la bestia si contorceva per il dolore, si portò rapidamente al suo fianco dalla parte dell'occhio ferito, colpendo con la mazza il suo cranio massiccio. Una volta, due, poi un'altra ed un'altra ancora, finché il re, ruotando sui talloni, diede un ultimo possente colpo. La bestia d'ombra inciampò. Gli uomini del re corsero insieme verso l'animale, continuando a colpirlo finché questo non si impennò, emise un ultimo agghiacciante ruggito e collassò.

Ethorn si allontanò dalla bestia morta e si diresse a grandi passi verso Murdra, porgendole la mano. «Tu e tuo marito... avete salvato le mie figlie.»
«Figlie?», bofonchiò Murdra, ancora sconvolta da ciò a cui aveva assistito. Guardò Karella, che s'era già rialzata in piedi.
«Hai la mia gratitudine.»
Murdra si pulì le mani sul grembiule e strinse quella del re. «Mio... mio marito», balbettò, mentre Ethorn la aiutava ad alzarsi. Il re guardò addolorato in direzione del capanno.
«I miei guaritori personali si prenderanno cura di lui», disse. «Sono i migliori del regno.»


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